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Una pausa per Stellesenzastrice

Dicembre 3, 2008 · Lascia un Commento

Abbiamo deciso di sospendere l’attività del blog per qualche tempo. Nell’attesa che stellasenzastrice ritorni più attivo che mai potete seguire il blog personale di uno dei due autori, Simone, all’indirizzo:

http://cocktaileconomy.blogspot.com

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Valori, risparmio e fiducia. La ricetta per un’economia italiana basata sulla conoscenza

Maggio 22, 2008 · 1 Commento

Dopo una lunga assenza, riceviamo e pubblichiamo questo post di un nostro caro lettore, Francesco Frimale.

Tutti noi viviamo in un mondo di straordinaria bellezza e ricco di opportunità (soprattutto per i giovani); un mondo che è però essenziale comprendere e pericoloso, se non fatale, fraintendere, un mondo nel quale la dimensione e la velocità del cambiamento indotto dalla Globalizzazione non ha precedenti.

Con l’ascesa della Cina e dell’India, la maggioranza dell’umanità oggi è impegnata nell’economia globale. Non ci sono analogie storiche per uno sviluppo di questa portata. In questo contesto l’Italia potrebbe giocare un ruolo da protagonista, scrollandosi di dosso il declinismo strisciante che la caratterizza ed orientando il suo attuale sistema economico verso l’innovazione, abbracciando i vantaggi di un’economia aperta, adottando un approccio che enfatizzi l’importanza della formazione a tutti i livelli attraverso maggiori e più finalizzati investimenti in ricerca e sviluppo e introducendo strutture istituzionali con regole più flessibili, che creino un ambiente di lavoro più dinamico e competitivo, adatto ad un’economia basata sulla conoscenza.

Per realizzare tutto ciò l’Italia ha bisogno di tre ingredienti indispensabili: valori, risparmio, fiducia. Se l’Italia è il paese che cresce di meno da 10 anni a questa parte nonostante il boom economico mondiale, la causa può risiedere in buona parte nella crisi di valori che il paese attraversa; un paese chiuso, ripiegato su se stesso, incapace di “osare il futuro”. Un paese dove, escludendo alcune “minoranze creative”, ognuno cura il proprio orticello, il suo “particolare”; pochissimi guardano al bene comune e hanno il coraggio di proporre azioni nell’interesse generale, rischiose di intaccare qualche interesse corporativo.

L’unico modo per accendere il turbo della crescita economica ben oltre il misero potenziale dell’1% e non venire travolti dalla concorrenza asiatica è quello di innescare un circolo virtuoso nell’ economia, riempiendo di valori e “conoscenza” prodotti e servizi che diano una gratificazione profonda al consumatore, dove il prezzo pagato diventa un dettaglio di secondo piano, con la conseguenza diretta della creazione e sviluppo diffuso di un “indotto” di knowledge workers. Pensiamo al design, al marketing, ai servizi iperspecializzati e on demand rivolti alla persona!

Ma affinché questo sia possibile dovranno cambiare anche i consumi: non più futili, bulimici e indotti da mode passeggere, ma consapevoli, morigerati e mirati a soddisfare le esigenze profonde del consumatore; esigenze legate a valori immateriali come la salute la qualità della vita, la salvaguardia dell’ambiente. In questo modo il PIL potrà tornare a crescere in mondo non più solamente quantitativo ma anche e soprattutto qualitativo e maggiormente sostenibile, innescando di conseguenza anche la crescita della fiducia, altra pietra angolare dell’economia che stimola le persone a rischiare e ad investire con quel pizzico di incoscienza capace di generare il “nuovo”.

Manca solo un ultimo ingrediente: il risparmio, altra grande risorsa (poco valorizzata se non proprio sprecata) dell’Italia. Il risparmio è oggi fondamentale soprattutto per i giovani, tentati da un consumismo sfrenato, per porre le basi di un futuro più certo. Senza risparmio non possono esserci investimenti, ma allo stesso tempo è necessaria una cultura finanziaria adeguata da parte del risparmiatore e una granitica moralità del sistema bancario;

L’Italia può certamente farcela, ma solo con uno sforzo corale di tutti gli italiani, che devono solo smetterla di piangersi addosso, prendere in mano le redini del proprio destino credendo in loro stessi e nelle loro potenzialità, valorizzando le proprie vocazioni, aprendo la mente e proiettandosi con fiducia verso il futuro, instillando conoscenza a tutti i livelli e ridando valore alle persone, riscoprendo il senso di comunità, della qualità della vita, ponendo l’accento sui valori della bellezza del nostro territorio e del nostro modo di vivere a misura d’uomo. Così potremmo finalmente essere presi in considerazione dal New York Times e dal mondo intero non per la nostra tristezza, ma per la nostra felicità.

Francesco

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Riflessioni sulle elezioni italiane

Aprile 15, 2008 · 4 Commenti

L’analisi dei risultati elettorali è da sempre un esercizio interessante, e le discussioni che ne nascono diventano materiale per le riflessioni di “esperti da bar” o per le pagine scritte da giornalisti, commentatori e studiosi. Ma se il coordinamento involontario delle decisioni di voto di milioni di cittadini è tale da scardinare gli ostacoli che la legge elettorale imponeva alla governabilità, far uscire il paese da una situazione politica difficile, conflittuale e controversa e allo stesso tempo riportare al potere una coalizione che aveva già avuto la possibilità di guidare l’Italia per cinque anni (dimostrando tra l’altro di non riuscire a trasformare valori e proposte in azioni e di avere una limitata capacità di imporre una “visione politica” consona ai tempi e all’altezza di un contesto in continuo mutamento), qualche approfondimento aggiuntivo deve essere fatto.

Come è stata possibile l’esclusione dal Parlamento della Sinistra (comunista, alternativa, socialista, ecologista), fatto inedito nella storia repubblicana del nostro paese? Per quale motivo milioni di votanti, dopo cinque anni di governo del centrodestra e dopo lo schiaffo critico di Grillo ai partiti hanno deciso di dare nuovamente la fiducia a Silvio Berlusconi ed ai suoi alleati? Perché un partito territoriale e legato agli interessi (legittimi) del Nord-Italia, deciso a mascherare le proprie rivendicazioni devoluzioniste con prese di posizione xenofobe e atteggiamenti e riti “neo-medievali” è diventato la terza forza partitica nazionale, allargando la propria base elettorale a nuove regioni (tra le quali la Sicilia, attraverso il Movimento Per le Autonomie) e conquistando la forza per determinare le politiche e le riforme delle istituzioni?

Le motivazioni e le determinanti dei risultati sono ovviamente molteplici, complesse ed intrecciate fra loro: dall’impreparazione del nuovo centrosinistra alle scelte strategiche della “Sinistra l’arcobaleno”, dalle decisioni dei votanti influenzate da valutazioni strategiche (tra la quali l’astensionismo, il richiamo al “voto utile” e la consapevolezza dei limiti del sistema elettorale) alla ri-nascita di un centro politicamente e valorialmente definito, dall’abbandono di molti simboli storici (come la falce e martello) allo spostamento a destra del “Popolo delle Libertà”, varie tendenze hanno contribuito a plasmare un contesto imprevedibile. Se a tutto ciò aggiungiamo la difficoltà che ogni “uomo della strada” può incontrare nel tentativo di comprendere ed interpretare la crisi economica e finanziaria globale, le questioni dell’occupazione, della crescita e dell’immigrazione, il problema ambientale (spesso e purtroppo interiorizzato in maniera limitata o letto in chiave ristretta e localista) possiamo capire l’incertezza che ha caratterizzato le elezioni fino all’ultimo momento. Sarebbe però sbagliato non tentare di individuare alcuni temi importanti ed evitare di riflettere sui “microfondamenti” del comportamento dei votanti di questa tornata elettorale.

Due sono a mio avviso i punti fondamentali, strettamente legati sia da un punto di vista logico che culturale: a) l’inalterata attrattività della proposta berlusconiana e b) il travolgente successo della Lega Nord. Con grande delusione e sorpresa dei politologi che avevano già preconizzato la parabola discendente dell’esperienza della “discesa in campo”, i risultati della coalizione guidata dal presidente del Milan sono i migliori dal 1994. Ma se nel 1994 (e poi ancora nel 2001) il carisma, la novità e l’approccio pragmatico-aziendalista di Berlusconi potevano spiegare una buona percentuale del suo successo, questa volta le cose sono diverse. E non si tratta del patto fortunato con Alleanza Nazionale. Nonostante le personalità siano sempre le stesse, gli slogan e le proposte non siano concettualmente variate nell’arco di 14 anni, il successo è aumentato perché è radicalmente cambiata la società italiana; il partito non si è adattato al suo “popolo”, ma è il “popolo” che ha metabolizzato così bene tutta una serie di preoccupazioni, rivendicazioni ed idee nate inizialmente come slogan elettorali o come strumenti populistici per la raccolta di voti da renderle reali.

La società italiana di oggi è completamente differente rispetto a quella agli anni ’90, e nuove logiche di pensiero hanno iniziato a diventare condivise; logiche di conservazione e territorializzazione, individualistiche, volte alla massimizzazione del benessere locale anche a scapito di quello generale, spesso slegate dalla consapevolezza e dalla concezione di una responsabilità se non internazionale, almeno nazionale. Ecco perché la Lega ha trionfato, perché ha saputo diventare il mezzo privilegiato attraverso il quale esprimere un rinnovato sentire degli italiani, ed allo stesso tempo perché ha rappresentato una scelta equamente distante dalla partitica tradizionale e dall’antipolitica del V-day. Se non si può togliere agli uomini la volontà di partecipazione politica, è però plausibile che questa stessa volontà possa re-indirizzarsi verso quelle forze che, a differenza di tutte le altre, non hanno subito una trasfigurazione istituzionale tale da trasformarle in “caste” finalizzate alla loro stessa sopravvivenza, ma sono invece rimaste vicine ai cittadini, aperte all’ascolto dei loro problemi e dei loro interessi.

A questo punto resta però da spiegare perché la maggioranza degli italiani, nonostante il comprovato insuccesso delle politiche del Polo delle Libertà nel quinquennio di governo, non si sia scoperta “vaccinata” (così come aveva auspicato Indro Montanelli) ma abbia ritenuto giusto dare nuovamente fiducia ad un modello già sperimentato. Tirare in ballo l’ignoranza, l’irrazionalità o gli interessi personali degli elettori sarebbe quantomeno riduttivo, offensivo e non esplicativo rispetto alle scelte dei votanti; è invece necessario provare ad indagare su quale sia la natura dei processi cognitivi che guidano la scelta di un leader carismatico. Da questa prospettiva il voto italiano potrebbe essere interpretato come una particolare manifestazione di dissonanza cognitiva, nel senso in cui il concetto viene utilizzato dall’economista Albert Hirschman (ndr: è fratello di Ursula Hirschman, moglie di Altiero Spinelli, il padre del federalismo europeo in Italia ed autore del Manifesto di Ventotene):

«… questa teoria afferma che una persona la quale per l’una o l’altra ragione s’impegni ad agire in una maniera contraria alle sue convinzioni, o a quelle che crede essere le sue convinzioni, si trova in uno stato di dissonanza. Si tratta di uno stato sgradevole, e l’interessato tenterà di ridurre la dissonanza. Siccome il “comportamento discrepante” ha già avuto luogo, e non può esser disfatto, mentre le convinzioni possono esser cambiate, la riduzione della dissonanza può ottenersi principalmente modificando le proprie convinzioni nel senso di una maggiore armonia con le azioni».

In questo caso è la situazione politica italiana, europea e mondiale a generare lo stato di dissonanza; l’economia e la società del consumo e della competizione generano frustrazione, povertà e stress, ma dato che il contesto “discrepante” viene preso come un dato di fatto immutabile, risulta più facile mutare le nostre convinzioni. L’intervento di un messaggio politico populista e “disconnesso” dalla realtà dei fatti può a questo punto essere fondamentale nel ridurre la dissonanza cognitiva, fornendoci una visione del mondo semplificata e “migliore”. Se ciò è vero, quanto più il messaggio sarà falsato, eccessivamente propagandato o ampiamente implausibile, tanto più verrà accettato e tanto meglio si diffonderà, perché funzionale a far dimenticare una realtà complessa e sfavorevole. Da questo punto di vista gli italiani hanno scelto di chiudere gli occhi di fronte ad un mondo sempre più tecnico e difficile da capire (o da semplificare per mezzo di un’ideologia) ed hanno accettato con piacere e sollievo il prezzo di un programma di governo fatto di promesse, ipocrisia e irresponsabilità, ottenendo in cambio una drastica riduzione del disagio provocato dalla vita nel mondo contemporaneo.

Come ho già detto in precedenza, una spiegazione esaustiva delle ragioni del voto sarebbe necessariamente molto più approfondita e specialistica, dovendo declinare gli effetti delle identità e delle appartenenza di gruppo (siano queste di partito, territoriali, sociali, economiche e così via), ma pensare la scelta elettorale come uno strumento collettivo per ridurre la forte dissonanza cognitiva generata dalle difficoltà di un mondo plurale e complesso è un’ipotesi intrigante e, per certi versi, realistica.

Non rimane adesso che attendere le proposte e le politiche che verranno dal nuovo Parlamento e dal nuovo Esecutivo, nella speranza che l’Italia acquisisca finalmente la consapevolezza del ruolo che le compete in Europa e nel Mondo. E se, come dice il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano “non possiamo smettere di camminare mentre tutto il mondo inizia a correre” diventa sempre più vero che se da una parte non esiste l’Europa senza l’Italia, dall’altra non esisterà alcuna Italia senza l’Europa.

Simone

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Tremonti e la Politica

Marzo 19, 2008 · 5 Commenti

In Italia non sono molti i politici che hanno elevate capacità di analisi riguardo i fatti del mondo, o almeno non sono così tanti quelli che hanno il coraggio o la capacità di esprimerle nei dibattiti e nelle trasmissioni televisive, aumentando il “rischio” di elevare per un attimo il confronto partitico dal rissoso rincorrersi di battute e banalità.

Tra questi personaggi probabilmente annovererei Giulio Tremonti, politico di Forza Italia e tributarista, ex ministro dell’Economia e delle Finanze nei governi Berlusconi e presidente di Aspen Institute Italia. In questi giorni è stato molto pubblicizzato il suo ultimo libro “La paura e la speranza”, nel quale l’autore punta il dito contro alcuni aspetti della globalizzazione ed in particolare contro l’”ideologia mercatista”. Non è la prima volta che Tremonti critica la globalizzazione, denotando una notevole ampiezza di osservazione della realtà ed elaborando le sue obiezioni in maniera approfondita, rimproverando l’evoluzione storica degli ultimi dieci anni in cui “l’economia ha fatto la politica”.

Fino a questo punto mi trovo completamente d’accordo con l’ex ministro; il vero limite della globalizzazione non è l’esistenza stessa del fenomeno bensì il suo governo. Il mercato, lasciato a sé stesso, ha dimostrato di non sapersi autoregolare, soprattutto dal punto di vista dell’equità sociale.

La risposta offerta da Tremonti, elaborata con lo sguardo attento all’avanzata della Cina, è il ritorno all’imposizione di dazi e quote, allo scopo di proteggere il mercato interno. È notizia di ieri invece la sua proposta di pensare ad un “nuovo accordo globale sulle ragioni di cambio e di scambio”, insomma una nuova Bretton Woods. Posto che ritengo antistorico imporre dazi o quote, da queste ultime righe prenderei per buone alcune cose: un nuovo accordo economico globale è ormai imprescindibile, perché la crisi economica che si sta affacciando è inedita per dimensioni e complessità e non si può sperare di affrontarla con vecchi strumenti; è fondamentale però porre un nuovo accento sulla dimensione istituzionale: un nuovo accordo “alla Bretton Woods” dovrebbe essere “garantito” da un governo mondiale dell’economia, dotato di tutti gli strumenti necessari per governare la globalizzazione e garantire uno sviluppo che riduca le disuguaglianze tra nord e sud del mondo.

Anche sul fronte italiano riconosco come Tremonti sia stato capace di evidenziare la necessità di risolvere alcuni importanti problemi globali come l’immigrazione clandestina o la dipendenza energetica da altri stati, ma la soluzione “tremontiana” prospetta la necessità di ampi margini di governabilità in Parlamento, preludio ad una futura ipotesi di Grossa Coalizione in stile tedesco. Anche in questo caso a lucide analisi non seguono sviluppi adeguati. Non è governando con una maggioranza più ampia che si risolve il problema energetico e nemmeno la Grosse Koalition può aiutare contro l’esodo di immigrati che clandestinamente e disperatamente cercano riparo nel nostro paese. Questa critica all’idea di Tremonti non riguarda le capacità della politica italiana (comunque discutibili) bensì l’ambito d’applicazione delle politiche: i problemi sovranazionali vanno affrontati e possibilmente risolti al loro adeguato livello di governo; ne segue che le questioni di portata europea dovrebbero trovare soluzione in un governo federale europeo, responsabile di fronte al Parlamento Europeo.

Oggi Tremonti è il candidato naturale al Ministero dell’Economia per la coalizione di centrodestra; se vincerà avrà nuovamente la possibilità e gli strumenti per portare avanti le proprie idee; speriamo però che il ruolo di responsabilità riesca questa volta a trasformare le sue già citate doti ed intuizioni in nuove e migliori proposte e soluzioni.

 

Giuseppe

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Ma la Cina cosa pensa?

Marzo 7, 2008 · 2 Commenti

La folgorante ascesa della Cina come nuova potenza mondiale riempie ormai da tempo le pagine dei giornali, i documenti strategici dei think tank più accreditati e i dossier di governi e grandi imprese. Della Cina si conosce tutto: storia, politica ed economia; sappiamo delle violazioni dei diritti umani e della pena di morte, conosciamo la questione tibetana, quella taiwanese ed i rapporti con l’India, la Russia ed il Giappone, proviamo sulla nostra pelle gli effetti del dumping sleale e studiamo il contributo cinese agli equilibri dell’economia mondiale attraverso lo stretto legame con gli Stati Uniti (con la Cina che accumula miliardi di dollari di riserve finanziando gli insostenibili consumi americani).

Quello che avviene in Cina produce effetti in tutto il mondo. Da quando “arricchirsi è glorioso”, la straordinaria crescita economica ha fatto emergere dalla soglia di povertà decine di milioni di persone (per la gioia degli apologeti della globalizzazione), ma ha anche polarizzato la distribuzione della ricchezza e accresciuto le disuguaglianze, in particolare accentuando le differenze tra le regioni interne, povere e rurali, e la ricca costa, sede delle famose zone economiche speciali (ZES). Se a tutto questo aggiungiamo l’inquinamento causato dallo sfruttamento del territorio, dall’estrazione del carbone e dalla realizzazione delle gigantesche opere pubbliche, possiamo capire perché ogni evento cinese sollevi ondate di critiche ed attenzioni.

Dal nostro punto di vista “occidentocentrico” la Cina ha sempre meno segreti, ma dai tempi di Marco Polo fino ad oggi sono state ben poche le persone che, cambiando prospettiva, si siano interessate a cosa pensino i cinesi. In che modo riflettono sugli avvenimenti del mondo, quali strategie e quali idee ispirano e determinano le loro azioni? Di cosa parla la letteratura cinese, su quali argomenti riflettono le famiglie, i giovani, gli intellettuali? Azzardare delle risposte a queste domande rischia di semplificare eccessivamente la pluralità di visioni che si stanno sviluppando, ma le implicazioni di questo ragionamento sono sempre più importanti, in particolare per l’economia.

Gli interessi, i gusti e le opinioni cinesi diventeranno sempre più determinati per il mondo; se la globalizzazione non è solamente omologazione al modello prevalente ma anche contaminazione, ricombinazione creativa delle informazioni secondo le peculiarità culturali e gioco di numeri, allora non dovremo sorprenderci se la prospettiva cinese inizierà ad influenzare i meccanismi, le caratteristiche e l’offerta del mercato globale.

D’altronde, quello che in Cina può essere considerato come un piccolo segmento di consumatori di nicchia in relazione alla popolazione totale (ad esempio i compratori di vestiti d’alta moda), a livelli assoluti risulterebbe molto più vasto della somma di tutti i consumatori occidentali di quella stessa nicchia! Secondo questo ragionamento prima o poi alle imprese non converrà più imporre i beni occidentali ad un mercato orientale molto più vasto, quanto piuttosto ripensare la produzione in funzione del nuovo e gigantesco mercato ed offrendo a noi occidentali beni prodotti per gli orientali… it’s demography, baby!

Ovviamente questa semplice riflessione può essere complicata considerando i tempi delle riconversioni di mercato, la struttura internazionale della produzione e la distribuzione geografica del potere e delle imprese, ma rappresenta comunque un utile esercizio per capire la forza potenziale della Cina e la necessità di iniziare a guardare il mondo anche con “occhi a mandorla”.

Alcuni studiosi ritengono che il famoso primato dell’Occidente sul resto del mondo (quello delle famose armi, acciaio e malattie), altro non sia se non una piccola parentesi di tre secoli, un battito di ciglia rispetto alla millenaria superiorità culturale, tecnologica e politica orientale. La civiltà e l’egemonia sono nate in oriente ed in oriente stanno tornando così velocemente che probabilmente nel prossimo futuro molte nostre convinzioni e molti dei nostri valori dovranno necessariamente ri-orientarsi; il problema è che il potere non si cede mai volontariamente, ed il rischio sempre più reale è quindi quello di una transizione conflittuale.

Dobbiamo quindi aspettarci un futuro di scontri tra Occidente ed Oriente, prima dell’elezione di un nuovo “gendarme del mondo”? Non necessariamente, se in particolare noi europei saremo in grado di proporre uno scenario alternativo, una nuova logica per il governo del pianeta. Ma per far questo dobbiamo prima di tutto uscire dal nostro “guscio occidentale” e iniziare anche a chiederci che cosa pensa la Cina.

 

Simone

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Sicilia, la terra dei cannoli

Febbraio 27, 2008 · Lascia un Commento

La Sicilia è una terra di grandi contraddizioni: a pochi chilometri di distanza puoi trovare Monte Pellegrino a Palermo e il mare di Mondello o Cefalù; puoi agevolmente passare dalla Valle dei Templi di Agrigento all’Etna Valley di Catania, sede della St Microelectronics; è una terra di contraddizioni tali che la sfida per la carica di Presidente della Regione può giocarsi tra Rita Borsellino, sorella del celebre magistrato antimafia Paolo, e Totò Cuffaro, detto Vasa Vasa. Che terra di contraddizioni la Sicilia!

In poco più di un quarto di secolo la Sicilia, la mia terra, di cambiamenti ne ha visti tanti, così tanti da far cambiare la cultura, le credenze e le idee di un popolo intero. La generazione dei miei nonni quasi celebrava l’essere mafioso. Quando i miei genitori erano piccoli, i figli di un mafioso si esaltavano e potevano atteggiarsi a piccoli boss. Oggi la mia generazione disprezza la mafia ed ha imparato a far camminare le idee di giustizia sulle gambe degli uomini, mentre i figli dei mafiosi si vergognano dei loro padri. Certo che un popolo si evolve col tempo!

Nonostante il vento del cambiamento, però, i processi di “rivoluzione” sono lunghi, richiedono tempo, e nel frattempo molte cose continuano ad andare nel verso sbagliato. Dal luglio 2001 la Sicilia è stata governata da Salvatore Cuffaro, democraticamente eletto per due volte con oltre il 53% dei voti. Tutto regolare se non fosse per la condanna dichiarata nei suoi confronti il 18 gennaio scorso per favoreggiamento semplice, condanna che prevede 5 anni di reclusione e interdizione perpetua dai pubblici uffici. Per Cuffaro la pena appare quasi un sogno! Il giorno successivo, infatti, il governatore pensa bene di “festeggiare” la condanna con un bel vassoio di cannoli offerti ai suoi più stretti collaboratori, un po’ come si fa in America con la festa in casa dopo un lutto! Ma l’eco provocata sui giornali da questo gesto, misto alle sollecitazioni politiche che giungevano da più parti, costringono Cuffaro alle dimissioni e all’indizione di nuove elezioni. Politici strani in Sicilia: festeggiano le condanne penali e si dichiarano “perseguitati politici”!

Ma le stranezze non finiscono qui. La Sicilia è inserita, insieme ad altre regioni del meridione, nell’area “obiettivo 1” dell’Unione Europea e pertanto ha diritto ad una serie di finanziamenti privilegiati in quanto regione “povera”. Ma dal gennaio 2004 (e poi da quello 2007) paesi come la Polonia o la Romania entrano a far parte dell’UE, così qualcuno immagina che la Sicilia possa finalmente scrollarsi il brutto aggettivo di regione più disagiata d’Europa. Non sia mai! I politici siciliani, per una volta uniti, si battono con successo affinché la Sicilia rimanga “obiettivo 1” e conservi intatta la sua quota di finanziamenti. C’è chi dice che poi questi finanziamenti vengano gestiti in maniera clientelare dai politici stessi, ma si sa, le malelingue stanno dappertutto!

I cambiamenti culturali comunque ci sono stati: se anni fa c’era chi voleva che la Sicilia si aggiungesse alle stelle della bandiera degli Stati Uniti, oggi i siciliani (le persone, non la classe politica), vedono non nell’Europa dei finanziamenti, ma in quella dell’erasmus, nell’Europa delle opportunità di formazione continua, della ricerca e dei diritti la loro possibilità di rinnovamento, di riscatto. Purtroppo l’anello debole di questo positivo cambiamento rimane il livello nazionale, che non ha mai saputo interpretare le esigenze di questa terra difficile.

Il 13 e 14 aprile p.v. in Sicilia si voterà per le elezioni nazionali e regionali. Io non so se i siciliani confermeranno la fiducia a chi li ha governati per decenni o decideranno di voltare pagina e preferire la senatrice Anna Finocchiaro. Ciò che mi auguro è che il prossimo presidente della regione dia finalmente lustro a questo meraviglioso territorio e all’onestà dei suoi cittadini; in ogni caso chiunque risulti vincitore della competizione, il 15 aprile potrà offrire un vassoio di cannoli a tutti… sperando che la ricotta sia fresca!

Giuseppe

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Tutti i rischi dell’Agflazione

Febbraio 1, 2008 · 2 Commenti

Cosa succederebbe se, a causa del riscaldamento globale, le fredde steppe della Siberia e gli inospitali territori dell’Alaska (e del Canada) si trasformassero nel terreno ideale per sterminate coltivazioni agricole? Probabilmente sia le odierne strategie di geopolitica che i rapporti fra gli stati verrebbero rivoluzionati: i paesi sviluppati (o ricchi di risorse energetiche) ma poveri di materie prime potrebbero convertire la loro incontenibile e crescente domanda di risorse per l’alimentazione e l’allevamento in una cospicua  offerta, diretta a tutti quei PVS che si ritroveranno stretti nella morsa della desertificazione, delle lotte per la disponibilità dell’acqua e dell’inarrestabile ridimensionamento della biodiversità. Non occorre però immaginare scenari del genere per capire l’importanza che la produzione agricola, ancora oggi nell’era dell’information technology, riveste nell’influenzare i fragili equilibri della politica mondiale e la distribuzione geografica di ricchezza, benessere e potere.

Oggi in particolare l’agricoltura rappresenta il terreno privilegiato sul quale può nascere ed evolvere il rischio di una crisi di portata globale; non stiamo parlando delle crisi di produzione che investono i PVS “incapaci” di differenziare le colture da esportazione, concentrandosi su un solo prodotto (caffè, cotone, cacao ecc.); bensì di un prossimo generalizzato aumento dei prezzi dei beni agricoli che si sta determinando a causa di una vera e propria rivoluzione del settore. “Mai più cibo a buon mercato” è lo slogan che accompagna questa rivoluzione, mentre un neologismo è stato coniato per descriverla: agflazione (agricoltura+inflazione).

Le responsabilità dell’agflazione non sono da imputarsi ad una scarsità assoluta di cibo rispetto all’aumento del peso della popolazione sul pianeta (à la Malthus); come ci insegna lo stesso Amartya Sen, anche durante le carestie più gravi il problema non è mai stato la quantità di cibo a disposizione (che spesso era anzi sovraprodotto), quanto piuttosto la capacità dei diversi soggetti di poter prendere parte alla distribuzione e alla produzione di queste risorse. Ma ciò che rende l’agflazione un fenomeno nuovo sono le sue cause principali: l’emergere di nuovi paesi consumatori, il climate change, la sostituzione delle coltivazioni per l’alimentazione con quelle per la “transizione ecologica” dei combustibili.

Poco possiamo dire sulla crescente domanda di cereali da parte dei nuovi giganti asiatici; il crescente benessere comporta l’introduzione di nuovi cibi (in particolare la carne) nelle diete, la cui produzione richiede l’impiego di molte più risorse (terreni per il pascolo, foraggio). Per quanto riguarda invece il climate change, abbiamo già accennato a come i suoi effetti dipenderanno dall’intrinseca “geograficità” del mutamento; ciò che è certo è che gli stati maggiormente colpiti dall’aumento delle temperature dovranno diminuire la produzione, con un conseguente incremento dei prezzi sul mercato internazionale (a meno di un “passaggio di consegne”, ovvero la possibilità di iniziare a coltivare terreni finora inospitali, come prospettato all’inizio).

Più interessante per le sue implicazioni è la terza causa; la necessità sempre più pressante di sostituire i combustibili fossili ha generato l’esplosione del mercato dei biocarburanti, sostituti del petrolio potenzialmente ad emissioni zero (l’anidride carbonica emessa viene riassorbita dalle piantagioni che crescono per produrre nuovo combustibile).

Ma questa possibilità, se da un lato ha aperto un ricco e nuovo mercato, trasformando la questione ambientale da sfida ad ricco business, dall’altra sta riducendo continuamente i terreni destinati alle coltivazioni alimentari; la scarsità che si viene a creare tra la riduzione della produzione per l’alimentazione e l’allevamento e l’aumento a livello mondiale della domanda genera inflazione; paradossalmente la volontà di convertire l’economia in modi più sostenibili sta generando una situazione insostenibile.

Non è possibile risolvere problemi così complessi e che dipendono da numerose e spesso contrastanti variabili continuando a far prevalere la logica mercatistica anche nell’applicazione di principi ed idee “ecologiche”. E’ inutile introdurre nuove risorse se poi la logica che guida la loro utilizzazione è la stesa che ha portato all’industrializzazione sfrenata e alla “religione del profitto”.

Solo con una consapevolezza veramente ecologica, fatta di ragionamento complesso e sistemico, cosmopolita e di respiro globale il genere umano potrà sperare in un futuro migliore. Altrimenti potrebbe diventare sempre più realistica la simpatica battuta nella quale un soldato americano su carrarmato parla ad un coltivatore di mais dell’Iowa, dicendo: “We are here to free the people of Iowa. This has nothing to do with your abundant supply of corn” (trad. siamo qui per liberare il popolo dell’Iowa. Questo non ha niente a che fare con la vostra abbondante offerta di cereali).

 

Simone

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La Globalizzazione “etica” che piace alla Chiesa

Gennaio 12, 2008 · 5 Commenti

Chi ha avuto la possibilità di leggere l’edizione di dicembre del bimestrale Global Competition, credo abbia notato l’articolo di Gian Paolo Salvini dal titolo “Non tutto è economia e l’economia non è tutto”.

Salvini, prete, è direttore de “La Civiltà Cattolica” ed è consultore del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. Trovare un uomo di Chiesa tra coloro che scrivono su una rivista che tratta di globalizzazione mi ha incuriosito, così ho letto il lungo, complesso e ben strutturato pezzo che espone il punto di vista della Chiesa Cattolica sulla globalizzazione.

Il religioso spiega come le ricadute positive della globalizzazione siano ampiamente riconosciute (ad esempio l’allungamento della vita media, l’uscita dalla soglia di povertà di milioni di persone, la crescita economica prodigiosa di alcuni paesi) ma denuncia però come l’80% di questi benefici sia andato ad una minoranza della popolazione mondiale (circa il 25%), mentre il resto del mondo ha dovuto accontentarsi delle briciole. Naturalmente in questo quarto di popolazione mondiale sono compresi i paesi più sviluppati.

Questo processo ha acuito la polarizzazione tra la parte ricca (dovrebbe rientrarci anche l’Italia) e quella povera del pianeta, facendo emergere la necessità di riformare la globalizzazione; riforma che, secondo l’autore, deve partire prevalentemente dall’etica. La ricetta del sacerdote è semplice e parte con un richiamo ai c.d. PVS: “Se anche i paesi in via di sviluppo riuscissero ad unirsi in spirito di reale collaborazione almeno a livello regionale, diverrebbero interlocutori più affidabili e più autorevoli”. Ad esempio viene ovviamente portata l’Unione Europea, che ha saputo mettere alle spalle secoli di lotte e guerre per trovare la via di una reale unità e che viene citata come la migliore risposta alle spinte disgregatrici della globalizzazione.

Inoltre Salvini critica le grandi istituzioni internazionali (Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale in primis) di un grave deficit di democrazia ed accusa l’assenza di istituzioni politiche democratiche che siano in grado di operare su scala mondiale per temperare gli squilibri e i conflitti. È necessario, secondo Salvini, riprodurre a livello planetario l’esperienza del welfare state, che definisce come la più grande conquista delle democrazie occidentali nell’ultimo secolo.

Dopo questo breve sunto, il collegamento tra democrazia ed istituzioni è chiaro: non si può pretendere di eliminare il deficit democratico che impera a livello internazionale senza pensare alla creazione o modificazione di istituzioni democratiche mondiali, espressione della volontà dei cittadini. È facile parlare, come fanno alcune associazioni altermondialiste, di “emergenza povertà”, “emergenza ambientale” e così via; il vero problema è passare dalla protesta alla proposta.

Ecco allora perché spero che l’ONU, organismo che dovrebbe garantire la pace e la collaborazione tra i popoli, possa trasformarsi in un’istituzione realmente democratica, priva dello scempio del diritto di veto e con una rappresentanza che non raggruppi nel Consiglio di Sicurezza, ancora dopo 63 anni, i presunti vincitori della II guerra mondiale ma i membri delegati dei cinque continenti. Solo capendo che il vero e nuovo soggetto della politica ed economia mondiale non è una superpotenza o un’impresa ma l’intero genere umano potremmo spingerci verso una società globale più democratica, equa e sostenibile; in fin dei conti la vera riforma etica della globalizzazione avverrà solo quando ad aumentare vertiginosamente non saranno i profitti delle multinazionali, bensì i reali diritti per tutte le donne e gli uomini della Terra.

Giuseppe

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Nubi su Bruxelles

Gennaio 6, 2008 · 6 Commenti

Ormai da qualche giorno si registra in Belgio un boom di vendite di bandiere nazionali, nonostante non sia in corso alcuna competizione sportiva e non siano previsti festeggiamenti nazionali. Il tricolore belga (nero, giallo e rosso) sventola preoccupato, fuori dalle finestre dei palazzi, per un motivo molto più grave: l’esistenza stessa dello stato.

Da mesi senza un governo nazionale, il regno del Belgio sta vivendo una crisi senza precedenti, che si fonda prevalentemente su motivazioni economiche e su debolezze strutturali delle istituzioni del paese. Il Belgio è infatti una monarchia parlamentare federale, ma a differenza di quanto avviene per altre federazioni (come gli Stati Uniti), i suoi confini amministrativi coincidono con la frammentazione socio-etno-economica, assecondando la divisione tra le comunità linguistiche fiamminga e francofona, rispettivamente rappresentate dalla regioni delle Fiandre e della Vallonia (escludiamo le regione autonoma di Bruxelles, sede delle istituzioni europee, e la piccola comunità linguistica germanofona, situata ai confini con la Germania e integrata nella vallonia). La tendenza alla divisione è oggi rafforzata dalla diversa qualità delle performance economiche nelle due regioni (le Fiandre ricche e dinamiche, la Vallonia sostenitrice dell’unità nazionale perché maggiormente dipendente dai trasferimenti governativi). Nonostante il motto belga reciti “l’Unione fa la forza”, oggi è sempre più reale il rischio che il Paese scompaia dalle cartine geografiche; se vogliamo individuare le reali cause della crisi dobbiamo volgere lo sguardo all’evoluzione dell’economia globale.

Il Belgio rappresenta infatti uno degli esempi più eclatanti del processo di “regionalizzazione” in corso in Europa, processo dovuto alla crisi dei mercati di dimensione nazionale nel contesto del “mercato globale”; oggi la produzione di beni e servizi ottimale si effettua o a livello mondiale (come nel caso delle imprese “transnazionali”), o attraverso un’intricata rete di rapporti regionali, che spesso travalicano i confini degli stati. Se queste tendenze da una parte rendono inutili tutti i tentativi di redistribuzione della ricchezza in ambito nazionale (si veda ad esempio il fallimento della Cassa del Mezzogiorno), dall’altra rivestono le regioni (intese come unità amministrative ma anche distrettuali e produttive – ad esempio il Baden-Wuttemberg in Germania) di nuova importanza e forza contrattuale. Da qui la tendenza alla secessione o all’autonomia, richieste in maniera sempre più pressante da quelle regioni che sono state capaci di sfruttare al meglio le finestre di opportunità offerte dalla globalizzazione.

Dobbiamo quindi aspettarci la “fine” del Belgio? Probabilmente l’unico modo per valorizzare il dinamismo produttivo differenziato tra aree regionali senza il rischio di subirne le conseguenze negative sul piano politico, sociale e culturale (l’esempio “scolastico” è la xenofobia leghista che prende sempre più piede nel nord Italia) è quello di creare una cornice istituzionale che possa garantire l’equilibrio e la convivenza di tutti i livelli di governo; l’Unione Europea dovrebbe trasformarsi in una vera e propria federazione, ampliando i propri confini politici a livello continentale in modo da poter gestire al meglio la nuova dimensione ottimale dei mercati, allo stesso tempo sovranazionale e subnazionale; solo così sarà possibile evitare la disgregazione di stati come il Belgio e l’Italia e rispondere con successo sia alle sfide del futuro che alla minaccia di un declino inesorabile e conflittuale.

Concludiamo con una nota positiva. Lo scorso 18 dicembre l’ex premier belga Guy Verhofstadt è stato incaricato di formare un nuovo governo ad interim, con il compito di negoziare un piano di riforme necessario a far uscire il Paese dalla crisi politica; Verhofstadt, che ha recentemente ricevuto il primo european book prize per il suo libro “The United States of Europe”, è l’unico leader del vecchio continente che ha dichiarato con coraggio e senza mezzi termini la necessità di un’Europa politica e non solo economica; forse grazie a questa consapevolezza riuscirà a placare i conflitti interni al Belgio, nell’attesa che la bandiera nazionale sventoli con ancora più vigore di fianco a quella degli Stati Uniti d’Europa.

Simone

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Kyoto, Bali e la sostenibilità che non c’è

Dicembre 12, 2007 · 2 Commenti

La città giapponese di Kyoto non deve la sua notorietà al retaggio di ex capitale del paese o al patrimonio storico-culturale di livello mondiale, quanto piuttosto all’omonimo Protocollo, sottoscritto nel dicembre del 1997 da oltre 160 paesi (tra i quali non figurano però gli Stati Uniti) ma entrato in vigore soltanto nel 2005, dopo la ratifica della Russia.

Il trattato, divenuto un vero e proprio termine di paragone e una solida base di dibattito nel campo ambientalista, prevede in estrema sintesi l’obbligo, per i sottoscrittori, di ridurre entro il 2012 le emissioni inquinanti di co² almeno del 5,2 % rispetto alle emissioni del 1990. Da questi impegni sono esclusi paesi come la Cina e l’India, che non sono stati responsabili delle emissioni dannose durante gli anni dell’industrializzazione.

Il 30 novembre scorso, il Corriere della Sera si è accorto del fallimento del Protocollo di Kyoto. Ad essere sinceri ci si sarebbe potuti aspettare un pizzico di perspicacia in più dal quotidiano più letto in Italia.

In effetti il Trattato ha vari difetti, il maggiore dei quali è probabilmente la mancanza di meccanismi sanzionatori che possano punire quegli stati che violano le promesse fatte. L’Europa stessa, da sempre in prima linea per la difesa (almeno a parole) del Protocollo, rivela dei risultati non proprio lusinghieri; secondo i dati messi a disposizione dalla Commissione Europea sono pochi i paesi in linea con gli impegni presi (ad esempio Germania e UK); la maggior parte sfora. L’Italia, ad esempio, aveva come obiettivo una riduzione delle emissioni del 6,5% , ma ad oggi registra un aumento del 13%. Davvero un bel modo di difendere il Protocollo!

Un segnale forte di consapevolezza sulle responsabilità “ecologiche” dei Governi potrebbe arrivare da Bali, dove si sta svolgendo in questi giorni (3-14 dicembre) la Conferenza Internazionale sui cambiamenti climatici; si scontreranno (ideologicamente) gli scienziati dell’IPCC, freschi vincitori del Nobel per la Pace insieme ad Al Gore, e gli oppositori dell’accordo guidati dall’inedito fronte Usa-Cina-India. Ma il vero problema di questo vertice (in realtà il problema di ogni vertice intergovernativo) è l’assenza di un realistico set di incentivi e penalità: nessuno degli attori in contrasto avrà la convenienza economico-politica a battersi realmente per una soluzione radicale che potrebbe assicurare un miglioramento delle condizioni climatiche del nostro pianeta.

Una soluzione infatti esiste ed è così semplice ed elementare che possiamo riassumerla in poche parole: problemi locali, soluzioni locali; problemi globali, soluzioni globali. La dinamica ambientale e quella del surriscaldamento della Terra sovrastano i confini nazionali, rappresentando questioni globali, perciò l’unica vera proposta efficace sarebbe quella di un salto sovranazionale nella gestione della materia, che dovrebbe divenire di competenza dell’unico organo (politico) mondiale, l’ONU. Quest’idea potrebbe anche riuscire a dare una spinta in avanti al processo di democratizzazione dell’organizzazione, quel lungo e difficile processo volto a creare una vera e propria assemblea parlamentare mondiale. Tornando all’ambiente, una soluzione alternativa è la proposta di istituire un’Agenzia Mondiale per l’Ambiente, dotata di ampi poteri (limitati al suo settore d’intervento) e finanziata attraverso fondi anch’essi di natura sovranazionale (si pensi ad esempio alle entrate derivanti dall’introduzione della cosiddetta Carbon Tax sulle emissioni inquinanti).

Oggi stiamo assistendo sempre più ad uno scollamento tra una crescente consapevolezza ecologica “dal basso” e il ritardo, se non il disinteresse, delle politiche nazionali in tema ambientale; nel frattempo il tempo scorre veloce, i consumi e la produzione aumentano senza soste e nuovi giganti, desiderosi di un benessere simil-occidentale, emergono minacciosi. Restano pochi anni per salvare il pianeta da una delle crisi più grandi mai affrontate, una crisi che forse per la prima volta riguarda allo stesso modo tutti gli uomini, senza differenza di etnie, religione o ricchezza.

La responsabilità di agire per un mondo diverso, più sostenibile ed ecologico, cade in particolare sui quei paesi che, senza rispetto e lungimiranza, hanno avvelenato per anni (se non per secoli) il pianeta; l’Europa ha una responsabilità particolare, che le deriva dalla sua storia, dalla sua ricchezza e dalle sue capacità. Ma per vincere questa sfida il Vecchio Continente non può continuare ad agire diviso: deve riuscire ad unirsi politicamente per esprimere al meglio la volontà dei suoi cittadini. E deve farlo presto perché altrimenti, questa volta, potrebbe non avere a disposizione ulteriori tentativi.

Giuseppe

→ 2 CommentiCategorie: Ambiente ed Ecologia
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