L’analisi dei risultati elettorali è da sempre un esercizio interessante, e le discussioni che ne nascono diventano materiale per le riflessioni di “esperti da bar” o per le pagine scritte da giornalisti, commentatori e studiosi. Ma se il coordinamento involontario delle decisioni di voto di milioni di cittadini è tale da scardinare gli ostacoli che la legge elettorale imponeva alla governabilità, far uscire il paese da una situazione politica difficile, conflittuale e controversa e allo stesso tempo riportare al potere una coalizione che aveva già avuto la possibilità di guidare l’Italia per cinque anni (dimostrando tra l’altro di non riuscire a trasformare valori e proposte in azioni e di avere una limitata capacità di imporre una “visione politica” consona ai tempi e all’altezza di un contesto in continuo mutamento), qualche approfondimento aggiuntivo deve essere fatto.
Come è stata possibile l’esclusione dal Parlamento della Sinistra (comunista, alternativa, socialista, ecologista), fatto inedito nella storia repubblicana del nostro paese? Per quale motivo milioni di votanti, dopo cinque anni di governo del centrodestra e dopo lo schiaffo critico di Grillo ai partiti hanno deciso di dare nuovamente la fiducia a Silvio Berlusconi ed ai suoi alleati? Perché un partito territoriale e legato agli interessi (legittimi) del Nord-Italia, deciso a mascherare le proprie rivendicazioni devoluzioniste con prese di posizione xenofobe e atteggiamenti e riti “neo-medievali” è diventato la terza forza partitica nazionale, allargando la propria base elettorale a nuove regioni (tra le quali la Sicilia, attraverso il Movimento Per le Autonomie) e conquistando la forza per determinare le politiche e le riforme delle istituzioni?
Le motivazioni e le determinanti dei risultati sono ovviamente molteplici, complesse ed intrecciate fra loro: dall’impreparazione del nuovo centrosinistra alle scelte strategiche della “Sinistra l’arcobaleno”, dalle decisioni dei votanti influenzate da valutazioni strategiche (tra la quali l’astensionismo, il richiamo al “voto utile” e la consapevolezza dei limiti del sistema elettorale) alla ri-nascita di un centro politicamente e valorialmente definito, dall’abbandono di molti simboli storici (come la falce e martello) allo spostamento a destra del “Popolo delle Libertà”, varie tendenze hanno contribuito a plasmare un contesto imprevedibile. Se a tutto ciò aggiungiamo la difficoltà che ogni “uomo della strada” può incontrare nel tentativo di comprendere ed interpretare la crisi economica e finanziaria globale, le questioni dell’occupazione, della crescita e dell’immigrazione, il problema ambientale (spesso e purtroppo interiorizzato in maniera limitata o letto in chiave ristretta e localista) possiamo capire l’incertezza che ha caratterizzato le elezioni fino all’ultimo momento. Sarebbe però sbagliato non tentare di individuare alcuni temi importanti ed evitare di riflettere sui “microfondamenti” del comportamento dei votanti di questa tornata elettorale.
Due sono a mio avviso i punti fondamentali, strettamente legati sia da un punto di vista logico che culturale: a) l’inalterata attrattività della proposta berlusconiana e b) il travolgente successo della Lega Nord. Con grande delusione e sorpresa dei politologi che avevano già preconizzato la parabola discendente dell’esperienza della “discesa in campo”, i risultati della coalizione guidata dal presidente del Milan sono i migliori dal 1994. Ma se nel 1994 (e poi ancora nel 2001) il carisma, la novità e l’approccio pragmatico-aziendalista di Berlusconi potevano spiegare una buona percentuale del suo successo, questa volta le cose sono diverse. E non si tratta del patto fortunato con Alleanza Nazionale. Nonostante le personalità siano sempre le stesse, gli slogan e le proposte non siano concettualmente variate nell’arco di 14 anni, il successo è aumentato perché è radicalmente cambiata la società italiana; il partito non si è adattato al suo “popolo”, ma è il “popolo” che ha metabolizzato così bene tutta una serie di preoccupazioni, rivendicazioni ed idee nate inizialmente come slogan elettorali o come strumenti populistici per la raccolta di voti da renderle reali.
La società italiana di oggi è completamente differente rispetto a quella agli anni ’90, e nuove logiche di pensiero hanno iniziato a diventare condivise; logiche di conservazione e territorializzazione, individualistiche, volte alla massimizzazione del benessere locale anche a scapito di quello generale, spesso slegate dalla consapevolezza e dalla concezione di una responsabilità se non internazionale, almeno nazionale. Ecco perché la Lega ha trionfato, perché ha saputo diventare il mezzo privilegiato attraverso il quale esprimere un rinnovato sentire degli italiani, ed allo stesso tempo perché ha rappresentato una scelta equamente distante dalla partitica tradizionale e dall’antipolitica del V-day. Se non si può togliere agli uomini la volontà di partecipazione politica, è però plausibile che questa stessa volontà possa re-indirizzarsi verso quelle forze che, a differenza di tutte le altre, non hanno subito una trasfigurazione istituzionale tale da trasformarle in “caste” finalizzate alla loro stessa sopravvivenza, ma sono invece rimaste vicine ai cittadini, aperte all’ascolto dei loro problemi e dei loro interessi.
A questo punto resta però da spiegare perché la maggioranza degli italiani, nonostante il comprovato insuccesso delle politiche del Polo delle Libertà nel quinquennio di governo, non si sia scoperta “vaccinata” (così come aveva auspicato Indro Montanelli) ma abbia ritenuto giusto dare nuovamente fiducia ad un modello già sperimentato. Tirare in ballo l’ignoranza, l’irrazionalità o gli interessi personali degli elettori sarebbe quantomeno riduttivo, offensivo e non esplicativo rispetto alle scelte dei votanti; è invece necessario provare ad indagare su quale sia la natura dei processi cognitivi che guidano la scelta di un leader carismatico. Da questa prospettiva il voto italiano potrebbe essere interpretato come una particolare manifestazione di dissonanza cognitiva, nel senso in cui il concetto viene utilizzato dall’economista Albert Hirschman (ndr: è fratello di Ursula Hirschman, moglie di Altiero Spinelli, il padre del federalismo europeo in Italia ed autore del Manifesto di Ventotene):
«… questa teoria afferma che una persona la quale per l’una o l’altra ragione s’impegni ad agire in una maniera contraria alle sue convinzioni, o a quelle che crede essere le sue convinzioni, si trova in uno stato di dissonanza. Si tratta di uno stato sgradevole, e l’interessato tenterà di ridurre la dissonanza. Siccome il “comportamento discrepante” ha già avuto luogo, e non può esser disfatto, mentre le convinzioni possono esser cambiate, la riduzione della dissonanza può ottenersi principalmente modificando le proprie convinzioni nel senso di una maggiore armonia con le azioni».
In questo caso è la situazione politica italiana, europea e mondiale a generare lo stato di dissonanza; l’economia e la società del consumo e della competizione generano frustrazione, povertà e stress, ma dato che il contesto “discrepante” viene preso come un dato di fatto immutabile, risulta più facile mutare le nostre convinzioni. L’intervento di un messaggio politico populista e “disconnesso” dalla realtà dei fatti può a questo punto essere fondamentale nel ridurre la dissonanza cognitiva, fornendoci una visione del mondo semplificata e “migliore”. Se ciò è vero, quanto più il messaggio sarà falsato, eccessivamente propagandato o ampiamente implausibile, tanto più verrà accettato e tanto meglio si diffonderà, perché funzionale a far dimenticare una realtà complessa e sfavorevole. Da questo punto di vista gli italiani hanno scelto di chiudere gli occhi di fronte ad un mondo sempre più tecnico e difficile da capire (o da semplificare per mezzo di un’ideologia) ed hanno accettato con piacere e sollievo il prezzo di un programma di governo fatto di promesse, ipocrisia e irresponsabilità, ottenendo in cambio una drastica riduzione del disagio provocato dalla vita nel mondo contemporaneo.
Come ho già detto in precedenza, una spiegazione esaustiva delle ragioni del voto sarebbe necessariamente molto più approfondita e specialistica, dovendo declinare gli effetti delle identità e delle appartenenza di gruppo (siano queste di partito, territoriali, sociali, economiche e così via), ma pensare la scelta elettorale come uno strumento collettivo per ridurre la forte dissonanza cognitiva generata dalle difficoltà di un mondo plurale e complesso è un’ipotesi intrigante e, per certi versi, realistica.
Non rimane adesso che attendere le proposte e le politiche che verranno dal nuovo Parlamento e dal nuovo Esecutivo, nella speranza che l’Italia acquisisca finalmente la consapevolezza del ruolo che le compete in Europa e nel Mondo. E se, come dice il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano “non possiamo smettere di camminare mentre tutto il mondo inizia a correre” diventa sempre più vero che se da una parte non esiste l’Europa senza l’Italia, dall’altra non esisterà alcuna Italia senza l’Europa.
Simone
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