La città giapponese di Kyoto non deve la sua notorietà al retaggio di ex capitale del paese o al patrimonio storico-culturale di livello mondiale, quanto piuttosto all’omonimo Protocollo, sottoscritto nel dicembre del 1997 da oltre 160 paesi (tra i quali non figurano però gli Stati Uniti) ma entrato in vigore soltanto nel 2005, dopo la ratifica della Russia.
Il trattato, divenuto un vero e proprio termine di paragone e una solida base di dibattito nel campo ambientalista, prevede in estrema sintesi l’obbligo, per i sottoscrittori, di ridurre entro il 2012 le emissioni inquinanti di co² almeno del 5,2 % rispetto alle emissioni del 1990. Da questi impegni sono esclusi paesi come la Cina e l’India, che non sono stati responsabili delle emissioni dannose durante gli anni dell’industrializzazione.
Il 30 novembre scorso, il Corriere della Sera si è accorto del fallimento del Protocollo di Kyoto. Ad essere sinceri ci si sarebbe potuti aspettare un pizzico di perspicacia in più dal quotidiano più letto in Italia.
In effetti il Trattato ha vari difetti, il maggiore dei quali è probabilmente la mancanza di meccanismi sanzionatori che possano punire quegli stati che violano le promesse fatte. L’Europa stessa, da sempre in prima linea per la difesa (almeno a parole) del Protocollo, rivela dei risultati non proprio lusinghieri; secondo i dati messi a disposizione dalla Commissione Europea sono pochi i paesi in linea con gli impegni presi (ad esempio Germania e UK); la maggior parte sfora. L’Italia, ad esempio, aveva come obiettivo una riduzione delle emissioni del 6,5% , ma ad oggi registra un aumento del 13%. Davvero un bel modo di difendere il Protocollo!
Un segnale forte di consapevolezza sulle responsabilità “ecologiche” dei Governi potrebbe arrivare da Bali, dove si sta svolgendo in questi giorni (3-14 dicembre) la Conferenza Internazionale sui cambiamenti climatici; si scontreranno (ideologicamente) gli scienziati dell’IPCC, freschi vincitori del Nobel per la Pace insieme ad Al Gore, e gli oppositori dell’accordo guidati dall’inedito fronte Usa-Cina-India. Ma il vero problema di questo vertice (in realtà il problema di ogni vertice intergovernativo) è l’assenza di un realistico set di incentivi e penalità: nessuno degli attori in contrasto avrà la convenienza economico-politica a battersi realmente per una soluzione radicale che potrebbe assicurare un miglioramento delle condizioni climatiche del nostro pianeta.
Una soluzione infatti esiste ed è così semplice ed elementare che possiamo riassumerla in poche parole: problemi locali, soluzioni locali; problemi globali, soluzioni globali. La dinamica ambientale e quella del surriscaldamento della Terra sovrastano i confini nazionali, rappresentando questioni globali, perciò l’unica vera proposta efficace sarebbe quella di un salto sovranazionale nella gestione della materia, che dovrebbe divenire di competenza dell’unico organo (politico) mondiale, l’ONU. Quest’idea potrebbe anche riuscire a dare una spinta in avanti al processo di democratizzazione dell’organizzazione, quel lungo e difficile processo volto a creare una vera e propria assemblea parlamentare mondiale. Tornando all’ambiente, una soluzione alternativa è la proposta di istituire un’Agenzia Mondiale per l’Ambiente, dotata di ampi poteri (limitati al suo settore d’intervento) e finanziata attraverso fondi anch’essi di natura sovranazionale (si pensi ad esempio alle entrate derivanti dall’introduzione della cosiddetta Carbon Tax sulle emissioni inquinanti).
Oggi stiamo assistendo sempre più ad uno scollamento tra una crescente consapevolezza ecologica “dal basso” e il ritardo, se non il disinteresse, delle politiche nazionali in tema ambientale; nel frattempo il tempo scorre veloce, i consumi e la produzione aumentano senza soste e nuovi giganti, desiderosi di un benessere simil-occidentale, emergono minacciosi. Restano pochi anni per salvare il pianeta da una delle crisi più grandi mai affrontate, una crisi che forse per la prima volta riguarda allo stesso modo tutti gli uomini, senza differenza di etnie, religione o ricchezza.
La responsabilità di agire per un mondo diverso, più sostenibile ed ecologico, cade in particolare sui quei paesi che, senza rispetto e lungimiranza, hanno avvelenato per anni (se non per secoli) il pianeta; l’Europa ha una responsabilità particolare, che le deriva dalla sua storia, dalla sua ricchezza e dalle sue capacità. Ma per vincere questa sfida il Vecchio Continente non può continuare ad agire diviso: deve riuscire ad unirsi politicamente per esprimere al meglio la volontà dei suoi cittadini. E deve farlo presto perché altrimenti, questa volta, potrebbe non avere a disposizione ulteriori tentativi.
Giuseppe