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Nubi su Bruxelles

Gennaio 6, 2008 · 6 Commenti

Ormai da qualche giorno si registra in Belgio un boom di vendite di bandiere nazionali, nonostante non sia in corso alcuna competizione sportiva e non siano previsti festeggiamenti nazionali. Il tricolore belga (nero, giallo e rosso) sventola preoccupato, fuori dalle finestre dei palazzi, per un motivo molto più grave: l’esistenza stessa dello stato.

Da mesi senza un governo nazionale, il regno del Belgio sta vivendo una crisi senza precedenti, che si fonda prevalentemente su motivazioni economiche e su debolezze strutturali delle istituzioni del paese. Il Belgio è infatti una monarchia parlamentare federale, ma a differenza di quanto avviene per altre federazioni (come gli Stati Uniti), i suoi confini amministrativi coincidono con la frammentazione socio-etno-economica, assecondando la divisione tra le comunità linguistiche fiamminga e francofona, rispettivamente rappresentate dalla regioni delle Fiandre e della Vallonia (escludiamo le regione autonoma di Bruxelles, sede delle istituzioni europee, e la piccola comunità linguistica germanofona, situata ai confini con la Germania e integrata nella vallonia). La tendenza alla divisione è oggi rafforzata dalla diversa qualità delle performance economiche nelle due regioni (le Fiandre ricche e dinamiche, la Vallonia sostenitrice dell’unità nazionale perché maggiormente dipendente dai trasferimenti governativi). Nonostante il motto belga reciti “l’Unione fa la forza”, oggi è sempre più reale il rischio che il Paese scompaia dalle cartine geografiche; se vogliamo individuare le reali cause della crisi dobbiamo volgere lo sguardo all’evoluzione dell’economia globale.

Il Belgio rappresenta infatti uno degli esempi più eclatanti del processo di “regionalizzazione” in corso in Europa, processo dovuto alla crisi dei mercati di dimensione nazionale nel contesto del “mercato globale”; oggi la produzione di beni e servizi ottimale si effettua o a livello mondiale (come nel caso delle imprese “transnazionali”), o attraverso un’intricata rete di rapporti regionali, che spesso travalicano i confini degli stati. Se queste tendenze da una parte rendono inutili tutti i tentativi di redistribuzione della ricchezza in ambito nazionale (si veda ad esempio il fallimento della Cassa del Mezzogiorno), dall’altra rivestono le regioni (intese come unità amministrative ma anche distrettuali e produttive – ad esempio il Baden-Wuttemberg in Germania) di nuova importanza e forza contrattuale. Da qui la tendenza alla secessione o all’autonomia, richieste in maniera sempre più pressante da quelle regioni che sono state capaci di sfruttare al meglio le finestre di opportunità offerte dalla globalizzazione.

Dobbiamo quindi aspettarci la “fine” del Belgio? Probabilmente l’unico modo per valorizzare il dinamismo produttivo differenziato tra aree regionali senza il rischio di subirne le conseguenze negative sul piano politico, sociale e culturale (l’esempio “scolastico” è la xenofobia leghista che prende sempre più piede nel nord Italia) è quello di creare una cornice istituzionale che possa garantire l’equilibrio e la convivenza di tutti i livelli di governo; l’Unione Europea dovrebbe trasformarsi in una vera e propria federazione, ampliando i propri confini politici a livello continentale in modo da poter gestire al meglio la nuova dimensione ottimale dei mercati, allo stesso tempo sovranazionale e subnazionale; solo così sarà possibile evitare la disgregazione di stati come il Belgio e l’Italia e rispondere con successo sia alle sfide del futuro che alla minaccia di un declino inesorabile e conflittuale.

Concludiamo con una nota positiva. Lo scorso 18 dicembre l’ex premier belga Guy Verhofstadt è stato incaricato di formare un nuovo governo ad interim, con il compito di negoziare un piano di riforme necessario a far uscire il Paese dalla crisi politica; Verhofstadt, che ha recentemente ricevuto il primo european book prize per il suo libro “The United States of Europe”, è l’unico leader del vecchio continente che ha dichiarato con coraggio e senza mezzi termini la necessità di un’Europa politica e non solo economica; forse grazie a questa consapevolezza riuscirà a placare i conflitti interni al Belgio, nell’attesa che la bandiera nazionale sventoli con ancora più vigore di fianco a quella degli Stati Uniti d’Europa.

Simone

Categorie: Economia e Politica
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6 risposte finora ↓

  • Marco // Gennaio 7, 2008 a 1:43 pm

    Un ottimo post che mi ha permesso di aprire una finestra su queste paese situato nel cuore d’Europa. Complimenti.

    Una cosa non mi è chiara: la soluzione federalista dovrebbe favorire l’unità nazionale del Belgio?

  • Simone // Gennaio 13, 2008 a 6:48 pm

    Ciao Marco, grazie del commento!

    Quello che volevo dire con il post è che molto probabilmente le tendenze disgregatrici sempre più forti all’interno degli stati dipendono da tendenze economiche e politiche che nascono e si evolvono a cavallo tra il “globale” ed il “locale”, e che perciò sono difficilmente controvertibili. L’unico modo per evitare che la concessione e il decentramento di competenze si tramuti in volontà di secessione è definire accuratamente le prerogative e i poteri di ogni livello, affinchè si raggiunga uno stabile equilibrio istituzionale. Fondamentale poi è la questione dell’identità, ovvero il sentimento di appartenenza, nonostante le differenze, ad istituzioni rappresentative.

    Tutto ciò non sta avvenendo in Belgio, dove storicamente ad un’evoluzione dei rapporti tra stati federati non si è affiancato un corretto adeguamento di poteri a livello di governo federale. A tutto ciò aggiungiamo che, in Belgio come ovunque, la spinta alla divisione riflette spesso interessi particolaristici e prospettive limitate d’analisi, che si concentrano sui problemi geograficamente più vicini, pressanti e contingenti, sottovalutando la reale portata delle tendenze più generali (che invece sono in gran parte la causa dei problemi).

    Probabilmente quindi l’unica possibilità per frenare quella che pare una vera e propria “emorragia” di sovranità nazionale è la realizzazione di una cornice istituzionale continentale, dotata di forza politica e non solo economica; questo livello di governo avrebbe la dimensione adatta ad affrontare con successo (ovviamente non garantito) i problemi globali (climate change ed ecologia, immigrazione, stabilità economica, pace internazionale ecc..), eliminando molte questioni sulle quali si articolano i contrasti. Inoltre la costituzione di un’appartenenza “multilivello”, un’identità europea che si strutturi dal livello “micro” a quello “macro”, garantirebbe la possibilità di “tamponare” l’emorragia; i Fiamminghi potrebbero sentirsi meno belgi, ma sarebbero sempre e comunque inseriti nel contesto di una “regione europea”; questo nuovo punto di riferimento, insieme alle politiche di redistribuzione continentale, al sostegno allo sviluppo ecc, mitigherebbero di molto la volontà di “staccarsi”.

    Come ho già detto è però necessario un equilibrio tra i livelli di governo. Non si può pensare ad un “superstato” europeo accentrato che limiti la capacità di espressione del “locale”. Il federalismo, inteso come federalismo che unisce e non divide, rappresenta invece quella modalità di gestione del potere che garantisce ad ogni livello i giusti strumenti per affrontare i problemi, evitando di cancellare (o di accentuare nel senso inverso) le peculiarità e le differenze. Dopo tutto, il motto dell’UE è uniti delle diversità, diversità che diventano ricchezza e non motivo di scontro!

  • Lanfranco // Gennaio 14, 2008 a 12:15 pm

    La «reductio ad unum» della situazione belga ad una questione essenzialmente economica (cito: «Il Belgio rappresenta infatti uno degli esempi più eclatanti del processo di “regionalizzazione” in corso in Europa, processo dovuto alla crisi dei mercati di dimensione nazionale nel contesto del “mercato globale”) è oggettivamente forzata. Sottovalutare le profonde differenze linguistico-culturali presenti in Belgio, che hanno fortemente influenzato il processo di»federalizzazione«del paese (il Vlaams Block, ricordiamolo, è uno dei primi movimenti etnoregionalisti d’Europa), fa ovviamente cadere nell’errore che la risposta possibile sia una struttura che permetta di»gestire al meglio la nuova dimensione ottimale dei mercati”. L’Unione Europea potrebbe si avere un ruolo determinante, in questo tipo di crisi, ma non tanto per «evitare la disgregazione», quanto per far si che questa disgregazione non abbia esiti traumatici. Da questo punto di vista, la creazione di una vera Federazione Europea potrebbe consentire un processo di riarticolazione territoriale che superi finalmente l’eredità ingessata delle ideologie nazionaliste ottocentesche, e cioè gli attuali Stati-Nazione con i loro confini fittizi.

  • Marco // Gennaio 14, 2008 a 3:18 pm

    @ Simone:
    Grazie del lucido chiarimento e complimenti per la nuova grafica.

  • Simone // Gennaio 15, 2008 a 5:34 pm

    @ Lanfranco

    Ovviamente l’economia non può ne deve spiegare in toto ciò che sta avvenendo in Belgio, ed è chiaro che la storia e le caratteristiche peculiari (gli economisti direbbero la “path dependancy”) sono fondamentali per capire la traiettoria di evoluzione di un paese. Probabilmente però la nascita e lo sviluppo di dinamiche sempre più transnazionali (in primis di natura economica, senza per questo escludere la transnazionalizzazione dei movimenti sociali, delle culture o anche della criminalità) che stanno configurando un mondo sempre più “glocale”, spingono come mai prima d’ora per una ristrutturazione delle istituzioni nazionali, dando ancora più forza alle richieste di cambiamento già esistenti. E’ vero quindi che il regionalismo è una caratteristica che accompagna il Belgio da tempo, ma è anche vero che la pressione sulle istituzioni nazionali generata dalla ristrutturazione globale dei mercati lascia uno spazio fino ad oggi inedito per le rivendicazioni locali. Altro punto: non penso che il risultato finale del processo di “denazionalizzazione” in corso debba per forza essere una inevitabile disgregazione (magari almeno non traumatica grazie ad una cornice federale europea), quanto piuttosto una architettura istituzionale europea molto più complessa, che garantisca la convivenza tra i livelli di governo locale, nazionale, sovranazionale. Non si tratta di scegliere tra un’Europa delle regioni o un’Europa degli stati: lo stato perde cifre di sovranità e determinate competenze, diventando “evanescente” in certi settori, ma può avere la capacità di sfruttare nuove finestre di opportunità e di convertire e indirizzare le proprie istituzioni verso nuove funzioni, ancora “a misura di stato”.

    Simone

  • Lanfranco // Gennaio 17, 2008 a 3:37 pm

    Sulle pressioni delle dinamiche economiche sulla “ristrutturazione nazionale”, niente di nuovo, tanto che già Kenichi Omahe, nel 1995, scriveva il suo “La Fine dello Stato-Nazione”, e nel 2002, al Corriere della Sera, dichiarava “Niente affatto. Si tratta di due fenomeni solo in apparente contraddizione, che possono coesistere. E’ quello che io definisco come regionalismo globale, che non può essere ristretto ai confini nazionali. In futuro avremo sempre di più regioni autonome integrate che dialogano tra loro in un’economia interdipendente. Le nazioni sono finite.”
    Quello che contestavo è la tesi secondo la quale la crisi belga si fondi prevalentemente su motivazioni economiche e su debolezze strutturali delle istituzioni: la crisi attuale affonda le sue radici, ed ha le sue vere motivazioni, nel fatto che
    il Belgio, così come molti altri costrutti arificiosi, ed artificiali, del “nazionalismo”, non è mai stato una nazione. In questi contesti, il processo di “denazionalizzazione” non può non coincidere con quello di “destatualizzazione”, dato che si è voluto far coincidere i due momenti costitutivi (state-building e nation-building): una nuova, vera, struttura federale dell’Europa potrebbe proprio nascere da questo processo di disgregazione/riaggregazione, mettendo finalmente in crisi la “finzione” degli “Stati-Nazione” così come li abbiamo conosciuti sino ad oggi, e che si dimostrano i più pervicaci avversari della creazione di una Europa autenticamente federalista.

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