In Italia non sono molti i politici che hanno elevate capacità di analisi riguardo i fatti del mondo, o almeno non sono così tanti quelli che hanno il coraggio o la capacità di esprimerle nei dibattiti e nelle trasmissioni televisive, aumentando il “rischio” di elevare per un attimo il confronto partitico dal rissoso rincorrersi di battute e banalità.
Tra questi personaggi probabilmente annovererei Giulio Tremonti, politico di Forza Italia e tributarista, ex ministro dell’Economia e delle Finanze nei governi Berlusconi e presidente di Aspen Institute Italia. In questi giorni è stato molto pubblicizzato il suo ultimo libro “La paura e la speranza”, nel quale l’autore punta il dito contro alcuni aspetti della globalizzazione ed in particolare contro l’”ideologia mercatista”. Non è la prima volta che Tremonti critica la globalizzazione, denotando una notevole ampiezza di osservazione della realtà ed elaborando le sue obiezioni in maniera approfondita, rimproverando l’evoluzione storica degli ultimi dieci anni in cui “l’economia ha fatto la politica”.
Fino a questo punto mi trovo completamente d’accordo con l’ex ministro; il vero limite della globalizzazione non è l’esistenza stessa del fenomeno bensì il suo governo. Il mercato, lasciato a sé stesso, ha dimostrato di non sapersi autoregolare, soprattutto dal punto di vista dell’equità sociale.
La risposta offerta da Tremonti, elaborata con lo sguardo attento all’avanzata della Cina, è il ritorno all’imposizione di dazi e quote, allo scopo di proteggere il mercato interno. È notizia di ieri invece la sua proposta di pensare ad un “nuovo accordo globale sulle ragioni di cambio e di scambio”, insomma una nuova Bretton Woods. Posto che ritengo antistorico imporre dazi o quote, da queste ultime righe prenderei per buone alcune cose: un nuovo accordo economico globale è ormai imprescindibile, perché la crisi economica che si sta affacciando è inedita per dimensioni e complessità e non si può sperare di affrontarla con vecchi strumenti; è fondamentale però porre un nuovo accento sulla dimensione istituzionale: un nuovo accordo “alla Bretton Woods” dovrebbe essere “garantito” da un governo mondiale dell’economia, dotato di tutti gli strumenti necessari per governare la globalizzazione e garantire uno sviluppo che riduca le disuguaglianze tra nord e sud del mondo.
Anche sul fronte italiano riconosco come Tremonti sia stato capace di evidenziare la necessità di risolvere alcuni importanti problemi globali come l’immigrazione clandestina o la dipendenza energetica da altri stati, ma la soluzione “tremontiana” prospetta la necessità di ampi margini di governabilità in Parlamento, preludio ad una futura ipotesi di Grossa Coalizione in stile tedesco. Anche in questo caso a lucide analisi non seguono sviluppi adeguati. Non è governando con una maggioranza più ampia che si risolve il problema energetico e nemmeno la Grosse Koalition può aiutare contro l’esodo di immigrati che clandestinamente e disperatamente cercano riparo nel nostro paese. Questa critica all’idea di Tremonti non riguarda le capacità della politica italiana (comunque discutibili) bensì l’ambito d’applicazione delle politiche: i problemi sovranazionali vanno affrontati e possibilmente risolti al loro adeguato livello di governo; ne segue che le questioni di portata europea dovrebbero trovare soluzione in un governo federale europeo, responsabile di fronte al Parlamento Europeo.
Oggi Tremonti è il candidato naturale al Ministero dell’Economia per la coalizione di centrodestra; se vincerà avrà nuovamente la possibilità e gli strumenti per portare avanti le proprie idee; speriamo però che il ruolo di responsabilità riesca questa volta a trasformare le sue già citate doti ed intuizioni in nuove e migliori proposte e soluzioni.
Giuseppe