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Post da Marzo 2008

Tremonti e la Politica

Marzo 19, 2008 · 5 Commenti

In Italia non sono molti i politici che hanno elevate capacità di analisi riguardo i fatti del mondo, o almeno non sono così tanti quelli che hanno il coraggio o la capacità di esprimerle nei dibattiti e nelle trasmissioni televisive, aumentando il “rischio” di elevare per un attimo il confronto partitico dal rissoso rincorrersi di battute e banalità.

Tra questi personaggi probabilmente annovererei Giulio Tremonti, politico di Forza Italia e tributarista, ex ministro dell’Economia e delle Finanze nei governi Berlusconi e presidente di Aspen Institute Italia. In questi giorni è stato molto pubblicizzato il suo ultimo libro “La paura e la speranza”, nel quale l’autore punta il dito contro alcuni aspetti della globalizzazione ed in particolare contro l’”ideologia mercatista”. Non è la prima volta che Tremonti critica la globalizzazione, denotando una notevole ampiezza di osservazione della realtà ed elaborando le sue obiezioni in maniera approfondita, rimproverando l’evoluzione storica degli ultimi dieci anni in cui “l’economia ha fatto la politica”.

Fino a questo punto mi trovo completamente d’accordo con l’ex ministro; il vero limite della globalizzazione non è l’esistenza stessa del fenomeno bensì il suo governo. Il mercato, lasciato a sé stesso, ha dimostrato di non sapersi autoregolare, soprattutto dal punto di vista dell’equità sociale.

La risposta offerta da Tremonti, elaborata con lo sguardo attento all’avanzata della Cina, è il ritorno all’imposizione di dazi e quote, allo scopo di proteggere il mercato interno. È notizia di ieri invece la sua proposta di pensare ad un “nuovo accordo globale sulle ragioni di cambio e di scambio”, insomma una nuova Bretton Woods. Posto che ritengo antistorico imporre dazi o quote, da queste ultime righe prenderei per buone alcune cose: un nuovo accordo economico globale è ormai imprescindibile, perché la crisi economica che si sta affacciando è inedita per dimensioni e complessità e non si può sperare di affrontarla con vecchi strumenti; è fondamentale però porre un nuovo accento sulla dimensione istituzionale: un nuovo accordo “alla Bretton Woods” dovrebbe essere “garantito” da un governo mondiale dell’economia, dotato di tutti gli strumenti necessari per governare la globalizzazione e garantire uno sviluppo che riduca le disuguaglianze tra nord e sud del mondo.

Anche sul fronte italiano riconosco come Tremonti sia stato capace di evidenziare la necessità di risolvere alcuni importanti problemi globali come l’immigrazione clandestina o la dipendenza energetica da altri stati, ma la soluzione “tremontiana” prospetta la necessità di ampi margini di governabilità in Parlamento, preludio ad una futura ipotesi di Grossa Coalizione in stile tedesco. Anche in questo caso a lucide analisi non seguono sviluppi adeguati. Non è governando con una maggioranza più ampia che si risolve il problema energetico e nemmeno la Grosse Koalition può aiutare contro l’esodo di immigrati che clandestinamente e disperatamente cercano riparo nel nostro paese. Questa critica all’idea di Tremonti non riguarda le capacità della politica italiana (comunque discutibili) bensì l’ambito d’applicazione delle politiche: i problemi sovranazionali vanno affrontati e possibilmente risolti al loro adeguato livello di governo; ne segue che le questioni di portata europea dovrebbero trovare soluzione in un governo federale europeo, responsabile di fronte al Parlamento Europeo.

Oggi Tremonti è il candidato naturale al Ministero dell’Economia per la coalizione di centrodestra; se vincerà avrà nuovamente la possibilità e gli strumenti per portare avanti le proprie idee; speriamo però che il ruolo di responsabilità riesca questa volta a trasformare le sue già citate doti ed intuizioni in nuove e migliori proposte e soluzioni.

 

Giuseppe

Categorie: Economia e Politica
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Ma la Cina cosa pensa?

Marzo 7, 2008 · 2 Commenti

La folgorante ascesa della Cina come nuova potenza mondiale riempie ormai da tempo le pagine dei giornali, i documenti strategici dei think tank più accreditati e i dossier di governi e grandi imprese. Della Cina si conosce tutto: storia, politica ed economia; sappiamo delle violazioni dei diritti umani e della pena di morte, conosciamo la questione tibetana, quella taiwanese ed i rapporti con l’India, la Russia ed il Giappone, proviamo sulla nostra pelle gli effetti del dumping sleale e studiamo il contributo cinese agli equilibri dell’economia mondiale attraverso lo stretto legame con gli Stati Uniti (con la Cina che accumula miliardi di dollari di riserve finanziando gli insostenibili consumi americani).

Quello che avviene in Cina produce effetti in tutto il mondo. Da quando “arricchirsi è glorioso”, la straordinaria crescita economica ha fatto emergere dalla soglia di povertà decine di milioni di persone (per la gioia degli apologeti della globalizzazione), ma ha anche polarizzato la distribuzione della ricchezza e accresciuto le disuguaglianze, in particolare accentuando le differenze tra le regioni interne, povere e rurali, e la ricca costa, sede delle famose zone economiche speciali (ZES). Se a tutto questo aggiungiamo l’inquinamento causato dallo sfruttamento del territorio, dall’estrazione del carbone e dalla realizzazione delle gigantesche opere pubbliche, possiamo capire perché ogni evento cinese sollevi ondate di critiche ed attenzioni.

Dal nostro punto di vista “occidentocentrico” la Cina ha sempre meno segreti, ma dai tempi di Marco Polo fino ad oggi sono state ben poche le persone che, cambiando prospettiva, si siano interessate a cosa pensino i cinesi. In che modo riflettono sugli avvenimenti del mondo, quali strategie e quali idee ispirano e determinano le loro azioni? Di cosa parla la letteratura cinese, su quali argomenti riflettono le famiglie, i giovani, gli intellettuali? Azzardare delle risposte a queste domande rischia di semplificare eccessivamente la pluralità di visioni che si stanno sviluppando, ma le implicazioni di questo ragionamento sono sempre più importanti, in particolare per l’economia.

Gli interessi, i gusti e le opinioni cinesi diventeranno sempre più determinati per il mondo; se la globalizzazione non è solamente omologazione al modello prevalente ma anche contaminazione, ricombinazione creativa delle informazioni secondo le peculiarità culturali e gioco di numeri, allora non dovremo sorprenderci se la prospettiva cinese inizierà ad influenzare i meccanismi, le caratteristiche e l’offerta del mercato globale.

D’altronde, quello che in Cina può essere considerato come un piccolo segmento di consumatori di nicchia in relazione alla popolazione totale (ad esempio i compratori di vestiti d’alta moda), a livelli assoluti risulterebbe molto più vasto della somma di tutti i consumatori occidentali di quella stessa nicchia! Secondo questo ragionamento prima o poi alle imprese non converrà più imporre i beni occidentali ad un mercato orientale molto più vasto, quanto piuttosto ripensare la produzione in funzione del nuovo e gigantesco mercato ed offrendo a noi occidentali beni prodotti per gli orientali… it’s demography, baby!

Ovviamente questa semplice riflessione può essere complicata considerando i tempi delle riconversioni di mercato, la struttura internazionale della produzione e la distribuzione geografica del potere e delle imprese, ma rappresenta comunque un utile esercizio per capire la forza potenziale della Cina e la necessità di iniziare a guardare il mondo anche con “occhi a mandorla”.

Alcuni studiosi ritengono che il famoso primato dell’Occidente sul resto del mondo (quello delle famose armi, acciaio e malattie), altro non sia se non una piccola parentesi di tre secoli, un battito di ciglia rispetto alla millenaria superiorità culturale, tecnologica e politica orientale. La civiltà e l’egemonia sono nate in oriente ed in oriente stanno tornando così velocemente che probabilmente nel prossimo futuro molte nostre convinzioni e molti dei nostri valori dovranno necessariamente ri-orientarsi; il problema è che il potere non si cede mai volontariamente, ed il rischio sempre più reale è quindi quello di una transizione conflittuale.

Dobbiamo quindi aspettarci un futuro di scontri tra Occidente ed Oriente, prima dell’elezione di un nuovo “gendarme del mondo”? Non necessariamente, se in particolare noi europei saremo in grado di proporre uno scenario alternativo, una nuova logica per il governo del pianeta. Ma per far questo dobbiamo prima di tutto uscire dal nostro “guscio occidentale” e iniziare anche a chiederci che cosa pensa la Cina.

 

Simone

Categorie: Economia e Politica
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