La folgorante ascesa della Cina come nuova potenza mondiale riempie ormai da tempo le pagine dei giornali, i documenti strategici dei think tank più accreditati e i dossier di governi e grandi imprese. Della Cina si conosce tutto: storia, politica ed economia; sappiamo delle violazioni dei diritti umani e della pena di morte, conosciamo la questione tibetana, quella taiwanese ed i rapporti con l’India, la Russia ed il Giappone, proviamo sulla nostra pelle gli effetti del dumping sleale e studiamo il contributo cinese agli equilibri dell’economia mondiale attraverso lo stretto legame con gli Stati Uniti (con la Cina che accumula miliardi di dollari di riserve finanziando gli insostenibili consumi americani).
Quello che avviene in Cina produce effetti in tutto il mondo. Da quando “arricchirsi è glorioso”, la straordinaria crescita economica ha fatto emergere dalla soglia di povertà decine di milioni di persone (per la gioia degli apologeti della globalizzazione), ma ha anche polarizzato la distribuzione della ricchezza e accresciuto le disuguaglianze, in particolare accentuando le differenze tra le regioni interne, povere e rurali, e la ricca costa, sede delle famose zone economiche speciali (ZES). Se a tutto questo aggiungiamo l’inquinamento causato dallo sfruttamento del territorio, dall’estrazione del carbone e dalla realizzazione delle gigantesche opere pubbliche, possiamo capire perché ogni evento cinese sollevi ondate di critiche ed attenzioni.
Dal nostro punto di vista “occidentocentrico” la Cina ha sempre meno segreti, ma dai tempi di Marco Polo fino ad oggi sono state ben poche le persone che, cambiando prospettiva, si siano interessate a cosa pensino i cinesi. In che modo riflettono sugli avvenimenti del mondo, quali strategie e quali idee ispirano e determinano le loro azioni? Di cosa parla la letteratura cinese, su quali argomenti riflettono le famiglie, i giovani, gli intellettuali? Azzardare delle risposte a queste domande rischia di semplificare eccessivamente la pluralità di visioni che si stanno sviluppando, ma le implicazioni di questo ragionamento sono sempre più importanti, in particolare per l’economia.
Gli interessi, i gusti e le opinioni cinesi diventeranno sempre più determinati per il mondo; se la globalizzazione non è solamente omologazione al modello prevalente ma anche contaminazione, ricombinazione creativa delle informazioni secondo le peculiarità culturali e gioco di numeri, allora non dovremo sorprenderci se la prospettiva cinese inizierà ad influenzare i meccanismi, le caratteristiche e l’offerta del mercato globale.
D’altronde, quello che in Cina può essere considerato come un piccolo segmento di consumatori di nicchia in relazione alla popolazione totale (ad esempio i compratori di vestiti d’alta moda), a livelli assoluti risulterebbe molto più vasto della somma di tutti i consumatori occidentali di quella stessa nicchia! Secondo questo ragionamento prima o poi alle imprese non converrà più imporre i beni occidentali ad un mercato orientale molto più vasto, quanto piuttosto ripensare la produzione in funzione del nuovo e gigantesco mercato ed offrendo a noi occidentali beni prodotti per gli orientali… it’s demography, baby!
Ovviamente questa semplice riflessione può essere complicata considerando i tempi delle riconversioni di mercato, la struttura internazionale della produzione e la distribuzione geografica del potere e delle imprese, ma rappresenta comunque un utile esercizio per capire la forza potenziale della Cina e la necessità di iniziare a guardare il mondo anche con “occhi a mandorla”.
Alcuni studiosi ritengono che il famoso primato dell’Occidente sul resto del mondo (quello delle famose armi, acciaio e malattie), altro non sia se non una piccola parentesi di tre secoli, un battito di ciglia rispetto alla millenaria superiorità culturale, tecnologica e politica orientale. La civiltà e l’egemonia sono nate in oriente ed in oriente stanno tornando così velocemente che probabilmente nel prossimo futuro molte nostre convinzioni e molti dei nostri valori dovranno necessariamente ri-orientarsi; il problema è che il potere non si cede mai volontariamente, ed il rischio sempre più reale è quindi quello di una transizione conflittuale.
Dobbiamo quindi aspettarci un futuro di scontri tra Occidente ed Oriente, prima dell’elezione di un nuovo “gendarme del mondo”? Non necessariamente, se in particolare noi europei saremo in grado di proporre uno scenario alternativo, una nuova logica per il governo del pianeta. Ma per far questo dobbiamo prima di tutto uscire dal nostro “guscio occidentale” e iniziare anche a chiederci che cosa pensa la Cina.
Simone
2 risposte finora ↓
Marco // Marzo 8, 2008 a 7:42 pm
Come al solito, un post ricchissimo di spunti interessanti! Dalla Cina dipenderà una parte consistente del nostro futuro.
E per rispondere alla domanda “cosa ne pensano i cinesi?”, beh, potremmo chiederlo direttamente a loro… ma tanto ci risponderebbero in cinese e non capiremmo nulla!
Eh eh
Lucia // Aprile 8, 2008 a 11:40 pm
A parte che questo “it’s demography, baby!” lo posso dire io semmai, e non tu =P (altro che cina, io comincerei a preoccuparmi del nordafrica, in termini demografici almeno! )
Su internazionale tempo fa c’era un articolo interessante che trattava proprio di questo, in termini più giornalistici ovvio, e per esempio riportava come per i cinesi l’inquinamento non sia importante, e come invece fossero molto più preoccupati dal prezzo del maiale. Non so se pensare che Rostow c’avesse azzeccato, o se si sia trattato di una self-fulfilling prophecy…tu che dici? E’ che leggere le lettere di Foscolo dall’Inghilterra è illuminante su certe cose…devo portartele.